Il “Caso Parma” e il trattamento da 1.000 euro: ma siamo sicuri che sia andata proprio così?
di Max Randi, Direttore MDP
C’è uno sport che in Italia batte il calcio, ed è il tiro al bersaglio sull’imprenditore. In queste ore sta girando ovunque il video di una ragazza che racconta la sua “pessima esperienza” in un noto salone di Parma.
Il riassunto della puntata è questo: entra per un taglio e piega, le viene diagnosticata una situazione disastrosa, le propongono un percorso curativo da 1.000 euro (rateizzabile), lei rifiuta, rifiuta anche l’alternativa da 280 euro, e alla fine “si ritrova costretta” a fare un trattamento base da 58 euro. Conto totale alla cassa: 132 euro (con 20 euro di sconto applicati). Apriti cielo: decine di migliaia di visualizzazioni, commenti feroci, recensione da una stella su Google e l’immancabile plotone di esecuzione digitale pronto a invocare l’intervento della Guardia di Finanza.
A questo link potete vedere il video della ragazza, ripubblicato sulla pagina Instagram di MDP:
Io faccio questo mestiere da abbastanza tempo per riconoscere due cose a colpo d’occhio: la cattiva comunicazione e la fame di hype. E in questa storia, con ogni probabilità, ci sono entrambe. Ma visto che dirigo un magazine che tutela la categoria, ho il dovere di fermare la giostra e guardare i numeri. Perché i numeri, al contrario dei video registrati con la voce tremante, non hanno sentimenti.
Partiamo dalla cifra finale: 132 euro totali. Dentro ci sono: 65 euro di taglio, 29 euro di piega e 58 euro di trattamento base, meno 20 euro di sconto.
Ora, guardiamo oggettivamente i capelli della protagonista del video: sono lunghissimi. Una piega a 29 euro su una massa del genere, in un salone di fascia alta a Parma, non è cara. È un prezzo assolutamente sotto la media. Un trattamento di ricostruzione o nutrizione profonda di un brand top di gamma — tra costo del prodotto, tempo di posa e competenza tecnica — costa tranquillamente tra i 50 e i 70 euro. Dov’è il furto? Dov’è lo scandalo?
Il punto su cui la rete si sta indignando è il concetto di “trattamento obbligatorio”. La ragazza sostiene di essersi sentita in trappola perché la filosofia del salone non prevede il servizio di solo taglio e piega senza un percorso di cura.
Qui casca l’asino della comunicazione, ed è l’unico vero rimprovero che mi sento di muovere ai colleghi di Parma. Se hai posizionato il tuo salone sull’alta sartoria del capello, non puoi e non devi erogare un servizio a metà: se una cliente ha le lunghezze svuotate o rovinate, farle una piega a piastra senza un protettivo o un filler significa mandarla a casa con l’effetto paglia e farsi cattiva pubblicità da soli. È eticamente e tecnicamente corretto dire: “Io su questa struttura non lavoro se prima non la mettiamo in sicurezza”.
Ma questo lo devi spiegare prima che la cliente indossi la mantellina, non con la testa già bagnata al lavatesta. Se lo fai a servizio iniziato, non stai facendo consulenza: stai facendo l’esattore. E il cliente si sente un ostaggio.
Tuttavia, c’è un gigantesco “Però”.
Scorrendo la valanga di commenti sotto al video, ne ho letti diversi scritti da professionisti e da clienti dotati di senso critico che hanno posto la domanda definitiva: «Sì, ma lo scontrino dov’è?»
Perché oggi funziona così: accendi il telefono, fai la faccia affranta, citi un brand o una città, spari una cifra iperbolica come “mille euro” e il gioco è fatto. L’algoritmo ti spinge, i follower salgono, i commenti esplodono. Ma nessuno che pretenda mezza pezza d’appoggio.
Nessuno ti punta una pistola alla tempia dentro un salone di acconciatura. Se un preventivo non ti sta bene, ti alzi, ringrazi e te ne vai. Rimanere seduti, farsi servire, pagare, uscire e poi fare il video da vittima sacrificale a favore di social è un copione che ha stancato. Un salone di alto livello a Parma non sta aperto decenni fregando 58 euro alle clienti di passaggio; sta aperto perché offre uno standard.
Fino a prova contraria — e la prova contraria in questo Paese si chiama scontrino fiscale e contraddittorio — io sto con il parrucchiere. Sto con chi paga l’affitto in centro, con chi compra fusti di merce di qualità e non taniche da discount, con chi investe in formazione e si ritrova la reputazione online scartavetrata in un martedì pomeriggio da un contenuto acchiappa-clic.
Per questo motivo chiudo con un appello diretto.
Al collega o alla collega del salone di Parma in questione: Noi non facciamo i giudici dei social, facciamo informazione. La nostra redazione è aperta: scrivici, mandaci i fatti, spiegaci qual era il protocollo tecnico che avevate diagnosticato e dacci la tua versione. Le nostre colonne sono a tua totale disposizione per smontare questa gogna. Mettiamoci la faccia insieme.










