I Giovani Parrucchieri Non Sanno più Fare Niente. E tutti fingono di non vederlo
Permettetemi di essere preciso, prima ancora di essere cattivo: non sto parlando di tutti. Sto parlando di un fenomeno diffuso, strutturale, che il settore conosce benissimo e sul quale mantiene un silenzio imbarazzante, degno delle peggiori omertà corporative.
I giovani parrucchieri, nella stragrande maggioranza, non sanno più fare niente.
Non nel senso romantico del “ci vuole esperienza”. Nel senso letterale: non sanno fare un taglio pulito, non sanno leggere una struttura capillare, non sanno gestire una decolorazione senza bruciare. Escono dai percorsi di formazione con il diploma in mano, il telefono in tasca e la certezza assoluta di essere già pronti per il mercato. Pronti a fare cosa, esattamente? A replicare quello che hanno visto su TikTok.
Il sistema ha creato questo mostro. Non i ragazzi.
Sarebbe comodo, anzi vile, scaricare tutto sui giovani. Non lo farò. La colpa è di un sistema formativo che ha progressivamente svuotato la tecnica per riempire il calendario di “comunicazione digitale”, “personal branding” e “mindset imprenditoriale”. Materie che servono — sia chiaro — ma che non possono sostituire duemila ore di pratica su capelli veri, con errori veri, con un maestro vero che ti urla dietro quando sbagli la tensione del taglio.
La tendenza formativa del 2026 spinge il parrucchiere a diventare “consulente d’immagine, storyteller e designer di esperienze”. Bellissimo. Poetico. Ma se non sai fare un biondo decente, cosa stai esattamente “raccontando”?
Il paradosso è grottesco: si insegna a comunicare un’eccellenza tecnica che non si possiede. È come formare chirurghi che sanno usare Instagram meglio del bisturi.
Le accademie di brand: l’altra faccia del problema
Non illudiamoci che la salvezza venga dall’alto. Le grandi accademie di marca — quelle patinate, con i pavimenti lucidati e le testine allineate come soldatini — spesso non formano: promuovono. Formano sull’uso dei loro prodotti, non sulla tecnica universale. Creano dipendenza di marca, non autonomia professionale.
Il risultato? Un collaboratore che sa applicare perfettamente la gamma X di una casa cosmetica, ma che messo davanti a un capello difficile senza il manuale di istruzioni del fornitore, si paralizza.
Questo non è un giudizio morale. È una descrizione meccanica di come funziona il conflitto di interessi tra chi vende prodotti e chi dovrebbe formare professionisti.
I titolari lo sanno. E assumono lo stesso.
Ecco il vero scandalo. Ogni titolare di salone che conosco — e ne conosco molti — si lamenta della preparazione dei giovani collaboratori. Nessuno trova personale tecnico capace. È il lamento universale del settore, recitato ai convegni, nei corridoi di Cosmoprof, nei gruppi WhatsApp di categoria.
Poi gli stessi titolari assumono chiunque, perché non possono permettersi di stare senza collaboratori, abbassano gli standard, e il cerchio vizioso si chiude su sé stesso con la precisione di un taglio scalato male.
Il mercato del lavoro nel settore è diventato un accordo implicito tra incompetenti: il giovane finge di saper fare, il titolare finge di non accorgersene, il cliente paga e non sempre sa valutare la differenza.
La soluzione esiste. È scomoda.
Primo: serve un apprendistato reale, non burocratico. Non 990 ore distribuite tra lunedì, martedì e giovedì come da calendario regionale. Serve stare in salone tutti i giorni, anni, a guardare, sbagliare, rifare. Come si faceva. Come funziona ancora nei pochi saloni di eccellenza rimasti.
Secondo: i titolari devono smettere di essere vittime e diventare responsabili. Se non formi internamente, stai contribuendo al problema che deplori. Il mestiere si tramanda, non si scarica su un’accademia esterna di due weekend.
Terzo: il settore deve avere il coraggio di dire in pubblico quello che dice in privato. Le associazioni di categoria, le riviste di settore, i brand — tutti. Compreso questo magazine. Compreso me.
Perché lo scrivo adesso
Lo scrivo perché ho rotto. Ho rotto con l’ipocrisia del settore che celebra i “giovani talenti” nelle competizioni e poi li vede incapaci di gestire un’agenda. Ho rotto con i comunicati stampa che parlano di “nuova generazione di professionisti” quando basterebbe guardare l’output reale di un salone medio italiano per capire di cosa stiamo davvero parlando.
E lo scrivo perché, paradossalmente, sono dalla parte dei giovani. Un ragazzo o una ragazza che entra in questo mestiere merita un sistema che gli insegni davvero qualcosa. Non un percorso costruito per rilasciare certificati e alimentare un mercato di corsi che risolve il problema delle tasche di chi li organizza, non delle mani di chi li frequenta.
Il declino tecnico non è inevitabile. È una scelta. E come tutte le scelte, si può invertire.
Se qualcuno vuole farlo.
Cordialmente, il vs Opux
Opux è la firma editoriale di punta di Il Magazine del Parrucchiere per i contenuti di opinione e provocazione professionale. Le posizioni espresse sono volutamente nette: il settore ha bisogno di specchi, non di luci soffuse.










